L’omaggio di Alessandro al sacerdote di gerusalemme

La storia della famiglia De Vecchi meriterebbe di per sé un libro tanto è lunga e complessa. 

Quella storia esula, nella sua complessità, dallo scopo che mi prefiggo oggi e che è quello, molto più semplice, di descrivere meglio uno degli affreschi della Villa di Toiano, fatti fare nella sala grande da Marcantonio De Vecchi. È però opportuno fare di quella trama almeno un breve cenno per inquadrare più convenientemente il significato che quei dipinti hanno nel momento storico familiare in cui vengono realizzati.

I De Vecchi fanno fortuna con l’attività di banchieri esercitata a Siena, in una bottega in via Banchi (non è specificato se di Sotto o di Sopra). È un’attività che prospera per alcune generazioni e che permette la accumulazione di un ingente patrimonio liquido. Francesco (padre), Carlo (figlio), Pietro (nipote) sono coloro che la mandano avanti con prevalenza. Investendo i guadagni del banco ed anche attraverso una accorta politica familiare fatta di avveduti matrimoni cominciano a costruire un solido patrimonio immobiliare. Acquisiscono così Palazzo Vecchi in Pantaneto, Case e Botteghe in Siena e nei dintorni, Poggio ai Pini, la tenuta di Piana nei pressi di Buonconvento e quella di Castel Verdelli vicino a Torrenieri, per limitarsi alle proprietà considerate “maggiori”.

Pietro, figlio di Carlo è forse il primo che, nel corso della sua vita, si trova a “giocare” su due tavoli di uguale importanza: l’attività di banchiere e quella di proprietario. Avrà 5 figli e nel suo testamento del 1624 impone sull’intero patrimonio immobiliare un fide commesso (era un modo per vincolare l’intero patrimonio evitando che si disperdesse in mille rivoli) dando così inizio ad una complicatissima e secolare vicenda che si concluderà, pensate, solo nei primi dell’Ottocento. 

Già nella generazione successiva che è quella di Cristoforo l’attività bancaria comincia a perdere importanza e diventa prevalente la tenuta e l’accrescimento del patrimonio immobiliare. 

La mia impressione è che nella generazione che discende da Cristoforo e sua moglie Dorotea le aspirazioni familiari siano ormai diventate altre, per esempio, quelle di fare strada nelle complicate gerarchie ecclesiastiche. L’unico, tra i dieci figli di Cristoforo, che si occupa del patrimonio immobiliare è Marcantonio che lo accresce acquistando la tenuta di Toiano. Quindi in questa fase la famiglia ha già reimpiegato la grande liquidità nell’acquisto di tenute e terreni che producono redditi e forse può dedicarsi ad inseguire altri sogni di grandezza (vedi fare strada nella comunità religiosa).

Il quadro ovest della sala grande di Toiano

Si spiega forse così il fatto che sui quattro quadri della sala grande di Toiano (poi parleremo anche della volta) due siano dedicati a temi che hanno relazione con la religione. Come accennavo la volta scorsa i quadri vanno visti come vere e proprie dichiarazioni d’intenti. È come se i De Vecchi, nella persona di Marcantonio, annunciassero al mondo ma anche al resto della famiglia: noi crediamo nei valori della religione e li rispettiamo sopra ogni altro. 

Altre due scene saranno dedicate a temi diversi ma di queste parleremo a tempo debito.

Oggi descriviamo il quadro di ponente, quello forse su cui, entrando nella sala, cade l’occhio per primo (insieme a quello nord) e che è intitolato Alessandro s’inchina al pontefice del Tempio di Gerusalemme”

La scena raffigura Alessandro, come sempre ritratto con il suo aspetto quasi efebico, mentre circondato dai suoi armigeri, si inchina al sacerdote di Gerusalemme che lo accoglie alle porte della città santa. Questa scena è strettamente collegata a quella che ho descritto la volta scorsa e che ne rappresenta l’antefatto. Infatti, è per aver sognato proprio quel sacerdote che gli ha vaticinato successo e gloria che Alessandro, riconoscendolo, si ferma nella sua fame di conquista e si inchina rispettoso. Il sotto testo, se mi si passa l’espressione, è chiarissimo: non c’è nulla di più onorabile della gerarchia religiosa e davanti a quella tutto si ferma e tutto si inchina. Tradotto nei termini più ristretti della cerchia familiare, questo voleva dire che la persona davanti a cui ci si doveva inchinare era Frà Fortunato, il fratello che ha fatto più strada, unendo in sé valori guerreschi (è diventato ammiraglio della flotta Pontificia, ha combattuto contro i pirati, ha partecipato alla guerra di Candia) e valori religiosi, tanto da diventare Priore Generale dei Cavalieri di Malta. Fortunato è morto ormai da più di vent’anni, ma questo gli conferisce ancora di più un’aura quasi di santità ed a lui la villa viene dedicata. 

L’affresco in sé è apprezzabile per l’impianto scenico complesso, ricco di personaggi e di prospettive a cui la vivacità dei colori danno smalto e spessore. 

Tra i particolari che segnalo lo skyline immaginato di Gerusalemme e l’atteggiamento di rispetto di Alessandro che si esprime con un elegante inchino verso il Gran Sacerdote.

Nei prossimi quadri lasceremo il tema religioso per passare a qualcosa di più laico.