Alessandro e Poro, re dell’india

Descrivo oggi il terzo quadro della sala grande di Toiano, quello del lato ovest, dipinto probabilmente nella seconda parte del 1707 o nella prima del 1708 da Michele Arcangelo Melani. 

L’affresco, posto sulla parete lunga è il primo che lo sguardo coglie entrando nella sala, non so se a questo si deve dare un significato, lo segnalo e basta. La scena raffigura Alessandro e Poro, ed è relativo alla conquista dell’India da parte del re macedone. Una volta conquistata la vasta regione e fatto prigioniero Poro, re dell’India, che era stato anche ferito, il macedone chiese al suo augusto prigioniero come lo dovesse trattare ed egli rispose semplicemente “da re”. Tenendo conto di questa volontà, Alessandro “non solo lo lasciò re del paese su cui regnava, nominandolo satrapo, ma gli aggiunse anche altre terre”. 

L’episodio ha lo scopo quindi di sottolineare due aspetti in un certo senso contrastanti tra loro: la regalità e il senso della monarchia universale che caratterizzò le gesta di Alessandro, ma anche il nobile comportamento, la pietà nei confronti dei vinti che rappresentavano tutto un popolo.

La scena è costruita con i due protagonisti al centro: Poro è a terra, scarmigliato, ferito e sanguinante, alla sua destra si notano i soldati che sono stati sbaragliati, ci sono alcuni cadaveri, anche un cavallo pare essere caduto. Alessandro al centro affida l’espressione dei suoi sentimenti ai gesti delle mani, con la destra pare fare un cenno di attesa ai suoi che forse vorrebbero “finire il lavoro”, con l’altra mano portata al volto esprime, con un gesto quasi femmineo, il coinvolgimento con cui partecipa al momento. Nel mezzo che fa da tramite o forse da traduttore tra i due vediamo un altro personaggio che pare implorare pietà per il re caduto a terra e Alessandro pare esserne colpito. Sappiamo come va a finire, non solo il macedone non lo “finisce” ma in conclusione gli restituisce il regno, forse rimettendogli in testa quella corona che si nota abbandonata per terra.

Insomma, è un gesto, quello di Alessandro, di grande pietas. Alessandro è uno che vince sempre ma a cui non piace stravincere e in alcune occasioni, questa è una di quelle, si mostra disponibile alle ragioni dei vinti.

Devo dire che dei quadri della sala grande questo è quello che mi ispira meno e che mi pare, più degli altri, ammantato di una certa ipocrisia invocando un valore, quello appunto della pietas, che per la loro attività prevalente forse i De Vecchi potevano poco esercitare. Forse la scena va presa dal lato dell’esaltazione di una potenza che vince ma non stravince, che magnifica le sorti della famiglia e che, come le altre, del resto, esprime una ambizione ed una velleità. 

In realtà la loro attività di banchieri prima e di grandi proprietari dopo non poteva far tanto leva su questi nobili sentimenti. Non c’è nessuna ragione per sospettare chissà quali intrighi o losche manovre, era la realtà di quella attività che imponeva poca pietà o benevolenza.

A quei tempi i cosiddetti banchieri (dal“bancho per contare denari”) accettavano denaro in deposito e molto più frequentemente lo prestavano con pegno svolgendo così l’attività di banco dei pegni. Chi aveva bisogno di un prestito doveva offrire qualcosa in pegno: case, terra, gioielli, mobili, vestiti.  In genere l’accordo prevedeva un interesse sulla somma concessa (in genere 4 – 5%) ed alla fine del periodo pattuito, restituendo la somma e gli interessi si poteva rientrare in possesso del piccolo o grande patrimonio. Questa pratica frequentemente in uso nella richiesta dei prestiti si chiamava “patto di retrovendita”. Per il periodo del prestito il banchiere inglobava quel cespite, facendone l’uso che credeva ma si impegnava a restituirlo al proprietario al momento della resa della somma prestata. Il fatto importante è però che il periodo di tempo non era di solito lungo, spesso un anno. Così spesso, anche se non sempre, il prestito non serviva a rimettere in piedi le cose ed allora alla scadenza potevano accadere due cose. La più frequente: il banchiere inglobava nella sua proprietà il pegno dato, oppure concedeva, se proprio era ben disposto, una proroga, magari per un altro anno. 

Si potrebbe pensare che quasi tutto il patrimonio De Vecchi sia stato costruito (forse anche Toiano) con questo metodo: avvalendosi ed aggirandosi tra le difficoltà di altri gruppi familiari, certo non tanto per una scelta elettiva di qualche tipo. 

Una parte dei soldi, è vero, poi veniva impiegata in opere di bene, nel sostegno dei conventi o degli orfanelli, ma nella rete dei rapporti di affari vigeva una modalità in cui la pietas era rara o proprio non c’era.

Insomma, gli affari, allora come adesso, erano affari!