Quando Marcantonio De Vecchi ha finito gli imponenti lavori di riassetto della villa (che prima o poi descriverò dopo aver completamente decifrato il suo diario dei lavori) decide di far affrescare la sala grande per “renderla più vaga”.
Ingaggia a tal proposito un pittore senese Michele Arcangelo Melani, poco conosciuto, con il quale si accorda per un pagamento mensile che durerà fino a che ci sarà lavoro per lui, non solo a Toiano, ma dove, nelle varie proprietà De Vecchi, ci fosse bisogno. Il pagamento stabilito è di 70 lire al mese che qualche volta sono pagate in natura con il corrispettivo valore in vino o in qualche altra cosa sempre proveniente da Toiano. Il Melani è molto legato a Marcantonio tanto che quando quest’ultimo muore il nome del pittore, dopo un ultimo pagamento un po’ più grosso (una specie di benservito), sparisce dai libri dei conti De Vecchi. Sul valore del Melani come pittore bisogna pur dire che nessuno ha registrato altri suoi lavori a Siena e dintorni, quindi forse si trattò di un artista di secondo livello e non incontrò molto. Sarà per affezione, ma personalmente il suo lavoro nella sala di Toiano non mi sembra così male.
Oggi descriviamo la grande volta che porta il titolo de “Parnaso e le sue muse”.
Il Monte Parnaso è una montagna del centro della Grecia che domina la città di Delfi. Era particolarmente venerato durante l’antichità perché consacrato al culto del dio Apollo e alle nove Muse, delle quali era una delle due residenze.
Quindi il luogo dove risiedevano la bellezza e l’arte.

Questo ci fa capire qualcosa di più sulla funzione che si voleva dare alla sala: un luogo di musica, divertimento e bellezza. Mentre i quadri laterali ubbidivano di più alla volontà di esaltare alcuni valori della famiglia, la volta ci dice come veniva utilizzata nella pratica quello spazio. Ed effettivamente nell’inventario che Marcantonio fa redigere nel 1712 (quindi pochi anni dopo la fine del lavoro di pittura) su tutto quello che è contenuto a Toiano, nella sala si trovano diversi tavoli con gioco della dama e degli scacchi, un tavolo da trucco ricoperto di panno turchino, quattro palle d’avorio e relative mazze (insomma l’antenato del nostro biliardo) e poi una balconata, tutt’ora visibile, per i suonatori che forse allietavano le loro feste.
Come ho già accennato la volta, per ovvie ragioni di opportunità, fu eseguita per prima con un ponteggio alto intorno agli otto metri e fu terminato nel 1707 come riporta la scritta visibile nella parte più a sinistra entrando. Il restauratore, Giovanni Salto, ha avuto modo di capire le “giornate di lavoro” impiegate, cioè quei pezzi di pittura che dovevano essere terminati in una giornata. Il mezzo fresco consentiva infatti di continuare il lavoro riprendendolo da dove era stato interrotto. La stima è che ci siano volute almeno 11- 12 giornate di lavoro per terminare.

Nella volta della sala della musica il Melani, certo qualche tempo prima rispetto alle storie alessandrine, aveva raffigurato il Parnaso nel quale aveva sperimentato i difficili effetti di sottinsù di figure mitologiche in qualche modo connesse al tema storico delle pareti, perché il macedone era stato un grande mecenate delle arti e del sapere (si ricordi la protezione per Apelle e Lisippo, l’ammirazione per Diogene e il discepolato presso Aristotele) così aveva ingentilito le gesta militari che avevano caratterizzato la sua vita breve e avventurosa, diffondendo la civiltà greca nel mondo antico. Sul cielo azzurro del soffitto, come se uno sfondato della volta aprisse sopra le nostre teste una visione celeste, compaiono Apollo citaredo e Diana, un’allegoria della Prosperità che getta dall’alto fiori e monete, nonché corone di alloro, che alludono alla gloria dei committenti. Vola sulle nostre teste anche la Fama che diffonde gloria al suono delle trombe e Pegaso il cavallo alato cavalcato da Apollo stesso e dalle Muse. Alcune di queste compaiono in basso, più vicine a noi che osserviamo, mentre suonano musica con strumenti vari – dal timpano, al flauto – accompagnate da cupidi anch’essi impegnati in esercizi musicali. Ma su tutto domina la scritta sorretta da due putti alati in basso che ricorda “Omnia a Deo”, nulla al di fuori dei confini della religione, della fede in Dio, di quella pietas di cui aveva dato prova il grande Alessandro.

Quell’effetto come di uno sfondato da cui si vede il cielo a Marcantonio deve essere sembrato particolarmente realistico, visto che la sala grande, con il suo doppio volume, fu ricavata da un cortile interno a cielo aperto che divideva la casa padronale dalle case (anzi le definisce le “casette”) dei mezzadri che lavoravano i poderi vicini.
Purtroppo, Marcantonio non si gode per molto il grande lavoro fatto perché nel 1715 a 81 anni muore.
Prende il suo posto nella gestione delle proprietà il nipote Cristoforo, figlio primogenito del fratello Giulio, ed inizia una lenta decadenza della Villa. Ho infatti l’impressione che sia stata sempre meno utilizzata dalla famiglia, che forse preferiva altre residenze, oltre al palazzo di Siena, per esempio la tenuta de La Piana, vicino a Buonconvento.
Toiano quindi si avvia ad un lungo periodo in cui viene “pensata” come luogo di rendita dei poderi che erano annessi alla villa e forse per qualche sporadica visita o festa, chissà.
